Un Drogato divenuto Santo

San Marco Ji Tianxiang Padre di famiglia, medico e martire

Fine Ottocento. Cina. Esisteva una setta molto violenta in Cina soprannominata dei Boxer per la violenza usata da questa setta, composta per lo più da lottatori di kung, la box cinese, nei confronti dei loro rivali colonialisti. La Cina a quel tempo rischiava di fare la fine dell’Africa post-colonialista, suddivisa tra le diverse potenze occidentali che si sarebbero spartite le enormi risorse cinesi.

Croci e cannoni

Al tempo dei Boxer, era solito che questi gruppi scatenassero dei veri pogrom anticristiani su suore fattucchiere, monaci collezionisti di occhi di bambini e di missionari untori. Questo odio proveniva dalla falsa consapevolezza secondo cui le missioni cristiane in Cina fossero l’arma ideologica delle potenze occidentali colonialiste per destabilizzare una società bimillenaria fondata sulla religione buddhista e che questa venga sostituita da quella cristiana. Sicuramente, molte delle congregazioni religiose approfittarono di tale libertà ma non mancarono quei missionari che denunciarono la soffocante situazione che vivevano le popolazioni autoctone cinesi. Insomma, la scusa delle missioni veniva spesso utilizzata come un modo per avere una più incisiva colonizzazione.

Furono molti i martiri cinesi e missionari che furono vittime sia della violenza di uno stato che non ammetteva che il cristianesimo penetrasse sia delle potenze coloniali abili a fare i loro interessi a discapito delle conseguenze destabilizzanti per l’intera società cinese.

Un drogato divenuto santo

Tra le tante storie di martiri cinesi troviamo quella interessantissima di San Marco Ji Tianxiang, un laico cinese assassinato nel 1900, assieme ad altri cattolici del suo villaggio, nella feroce persecuzione contro i cristiani da parte dei Boxer.

Ciò che è insolito riguardo alla vita di questo santo è che era una sorta di drogato di oppiacei e proprio per questo motivo gli era stato proibito di ricevere i sacramenti negli ultimi 30 anni della sua vita. Marco, medico e padre di famiglia,  non poteva ricevere la comunione perché la sua dipendenza era considerata gravemente peccaminosa e scandalosa. Veniva da una famiglia cristiana e benestante e soleva curare i malati più poveri gratuitamente.

La sua dipendenza dall’oppio scaturì per via di una malattia allo stomaco; e l’oppio era l’unica soluzione medica di allora che potesse calmieragli i forti dolori.

Pregò per la liberazione dalla sua dipendenza, ma la liberazione non arrivò mai. Tuttavia, rimase sempre un cattolico credente, fino alla morte. Sempre presente a Messa, non perse mai la speranza di essere salvato. Ma dentro di sè sapeva che l’unica via diretta al Paradiso era quella del martirio proprio perchè non riusciva a liberarsi da quella droga. Al suo processo gli fu data la possibilità di rinunciare alla sua fede, ma lui rifiutò. Si salvava soltanto chi calpestava la croce, facendo così apostasia.  Si dice che abbia cantato la litania alla Beata Vergine Maria mentre veniva condotto alla sua esecuzione. Mentre veniva trasportato al luogo del suo martirio, suo nipote Francesco, di otto anni, gli chiese: «Dove andiamo, nonno?». «Torniamo a casa, bambino mio», rispose. Arrivato nel luogo stabilito, Marco disse ai suoi parenti: «Figli miei, non temete. Il paradiso aperto è vicino», poi chiese di poter essere decapitato per ultimo, così da essere certo che nessuno si ritirasse di fronte alla prova suprema. Morì il 7 Luglio del 1900.

Cosa possiamo imparare da San Marco Ji Tianxiang?

Che chiunque può diventare santo, persino un uomo che è stato escluso dai sacramenti della chiesa per dare scandalo pubblico. Canonizzandolo, la Chiesa ha volutamente voluto esprimere che oggigiorno esiste un diverso atteggiamento nei confronti della dipendenza rispetto a quello che i pastori di San Marco avevano un secolo fa. L’abuso di droghe è sì peccaminoso, ma la dipendenza è anche una malattia della mente e del corpo. Le persone affette da dipendenza oggi non sono escluse dai sacramenti perché sono tossicodipendenti.

La seconda è sicuramente la sua perseveranza nella fede. Immaginate come si deve aver sentito, quali amarezze e dolori deve aver passato non potendo mai ricevere il sacramento dell’eucarestia.

La terza, la fiducia con cui è riuscito ad andare incontro alla morte, credendo che l’Amore di Dio lo avrebbe ricevuto tra le sue braccia.

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