Scopriamo il loro significato e cosa possono insegnarci oggi!

Hai notato che a volte gli Evangelisti hanno lasciato parole di Gesù non tradotte, per poi spiegarne il significato? È come se la Chiesa primitiva, nonostante la traduzione dei Vangeli in greco per favorirne la diffusione in tutto il mondo, avesse voluto che non perdessimo il vero “suono” della voce di Gesù.

1. Talità kum

"Presa la mano della bambina, le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico, alzati!»" (Mc 5,41).

Talitha Koum può essere il modo con cui Gesù continua a parlare a tanti cuori che si sentono senza speranza, senza voglia di andare avanti. Nella depressione, nella stanchezza spirituale e nello scoraggiamento, Cristo ci ripete: “io ti dico, alzati”.

2. Effatà

"Guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e disse: «Effatà» cioè: «Apriti!»" (Mc 7,34).

Gesù incontra e guarisce un uomo sordo e con difficoltà a parlare. Con la sua parola e i suoi gesti, si comprende ciò che Gesù vuole fare anche con noi: aprirci all'ascolto di Dio e degli altri. Chiude il rumore del peccato, dell'orgoglio, della paura, e apre un nuovo spazio dove possiamo ascoltare la Sua voce e annunciarla.

La Chiesa ha conservato questa parola anche nel rito del Battesimo, dove si prega affinché la persona abbia le orecchie aperte alla fede e la bocca disposta a proclamarla.

3. Abbà

"E diceva: «Abbà, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu»" (Mc 14,36)

Nessuno aveva mai osato usare questo vocativo in preghiera. Questa parola indica una straordinaria intimità e fiducia in Dio. Anche noi, nei tempi di incertezza, quando la preghiera diventa difficile, possiamo ripetere con Gesù: “Abbá, Padre...”, non come una formula magica, ma come espressione di fiducia di un figlio amato che si abbandona nelle mani del Padre.

4. Eloì, Eloì lemà sabactàni

"Alle tre Gesù gridò con voce forte: Eloì, Eloì, lemà sabactàni?, che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" (Mc 15,34)

(Ricordiamo che esiste anche la versione di Matteo, che usa la forma ebraica: Elí, Elí, lemá sabactaní)

Nel pronunciare queste parole Gesù prende su di sé il grido di tutti coloro che si sentono abbandonati, incompresi o schiacciati dalla sofferenza. Non manifesta una disperazione senza via d'uscita, al contrario è la preghiera del Figlio che soffre davvero, ma che continua a rivolgersi al Padre.

5. Rabbunì

Gesù le disse: «Maria!». Essa allora, voltatasi verso di lui, gli disse in ebraico: «Rabbunì!», che significa: Maestro! (Gv 20,16)

È un titolo aramaico che esprime rispetto, ma anche vicinanza e affetto. Maria Maddalena passa dalle lacrime all'annuncio gioioso semplicemente perché Gesù l'ha guardata, l'ha chiamata e lei ha risposto Rabbuní. Ogni volta che ci avviciniamo a Gesù, Lui ci chiama per nome e rispondergli Rabbuní  è riconoscere che Egli è il nostro Signore.

Perché la Chiesa ha voluto conservare queste parole?

I biblisti spiegano che queste espressioni aramaiche ed ebraiche sono un segno della memoria viva che le prime comunità avevano di Gesù. Non solo ricordavano quello che aveva fatto, ma anche come suonavano alcune delle sue parole.

Una controprova interessante che conferma questa affermazione è il confronto con i vangeli apocrifi. In questi ultimi non troviamo alcuna traccia di uno parole aramaiche.

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