Il Sacerdote Samurai

Giovanni Battista Sidoti

Tutto iniziò nel 1579, quando Alessandro Valignano giunse in Giappone, un paese allora sconosciuto e lontano che iniziò a fiorire il Cattolicesimo nel paese nipponico.

Dopo un secolo di grande espansione lo shogungato Tokugawa decise di chiudere gli accessi agli stranieri, con una delle più terribili persecuzioni di cristiani mai viste: 50.000 cristiani messi a mortifera indicibili tormenti nell’arco di una cinquantina d’anni. 

In Giappone molti credevano che in seguito all’espansione del Cristianesimo sarebbe presto giunta con esso anche un invasione straniera. Lo stesso martirio dei cristiani lasciava sconvolti gli stessi giapponesi (vedasi il film “Silence” di Martin Scorsese)

Ma chi fu l’ultimo missionario in terra giapponese dopo l’approdo del primo italiano Alessandro Valignano?

Si chiamava Giovanni Battista Sidoti (o Sidotti), un sacerdote che riuscì a farsi mandare dal papa in Giappone per riprendere le file scompaginate di quella missione e convincere i governanti che non avevano nulla da temere dai cristiani. 

Giunse in Giappone nel 1708 dopo essere passato per India e Filippine. Dalla Curia Romana al Sol Levante, l’abate palermitano fu presto accolto  a Tokyo. Arrivò con la testa rasata come un samurai e come questi portava il vestito caratteristico, la spada e i capelli raccolti in una crocchia. 

Ha con sé un altare portatile, gli oli sacri, il breviario, un’immagine della Madonna del Dito, il crocefisso appartenuto al gesuita Padre Marcello Mastrilli martirizzato in Giappone e le credenziali che attestano che è mandato dal Papa. Vuole vedere l’Imperatore. 

Fu presto fatto prigioniero e trasferito ad Edo, l’attuale Tokyo, dove lo aspetta un processo. Si raconta di lui che in prigionia “Ritagliò una croce usando carta rossa e la incollò alla parete verso ovest. Ai piedi di quella croce recitava le preghiere della sua fede”.

Al sacerdote italiano furono affiancati due suoi catecumeni, una coppia giapponese, di servirlo perché rimarrà prigioniero a vita in Giappone. Così aveva sentenziato lo Shogun. 

Ma il Battesimo dei due coniugi gli procurerà una pena ancora più grave: venne calato in un pozzo con una piccola apertura. Poca luce, poca aria e poco cibo.

Morì nel 1714, dopo sei mesi, così come i due coniugi da lui battezzati. I suoi resti sono stati ritrovati soltanto nel 2014.

Un’altro esempio che testimonia la santità sia in vita che durante la morte. Una lezione di fede e di amore. 

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