La prima santa pellerossa

Caterina Tekakwitha è la prima santa pellerossa, beatificata da San Giovanni Paolo II e poi canonizzata da Benedetto XVI. Caterina, il cui nome indiano era Ioragode, che significa “splendore del sole”, visse nel XVII secolo. Un’esistenza di soli 24 anni, ma piena di croci e al contempo di santità, vissuta a cavallo degli attuali territori di Canada e Stati Uniti.

Nacque da un capo irochese pagano, che aveva fatto prigioniera e poi sposato sua madre, la quale aveva voluto conservare e trasmettere la propria fede cristiana, nonostante l’ostilità del marito verso i sacerdoti, che definiva in modo dispregiativo i “vestenera”. Catherina a pochissimi anni rimane orfana e deturpata in seguito a una epidemia di vaiolo. Tuttavia, i semi piantati dalla fede di sua madre hanno portato il loro frutto.

L’opera dei missionari gesuiti con le popolazioni dell’Nord America

Ma contestualizziamo per capire meglio. Siamo nel XVII secolo, nel bel mezzo degli sforzi missionari per l’evangelizzazione delle Americhe. Conosciamo bene l’evangelizzazione spagnola in America del Sud, ma conosciamo meno bene – ma non meno importante- l’opera dei missionari negli odierni territori degli Stati Uniti e del Canada, dove c’erano tribù indiane con una buona religiosità. Magari non era giunta ai livelli di incas o aztechi o altri popoli, tuttavia era una religiosità naturale, viva, con il culto degli antenati e la prospettiva soprannaturale. Vi hanno operato molto intensamente i missionari, specialmente i gesuiti. Ed è per questo che troviamo già allora semi di vita cristiana e credenti, come la mamma di Caterina.

Cecità e ostilità con la sua tribù

Caterina Tekakwitha soffre di problemi alla vista, infatti Tekakwitha non è il cognome di Caterina, bensì il soprannome che significa “colei che cammina con le mani avanti”, per schivare appunto gli ostacoli a causa della debole vista.

Ma la prova più dura è legata alla sua cultura: lei matura la decisione di non sposarsi e di consacrare la propria castità al Signore, il che risulta del tutto incomprensibile per i suoi stessi familiari, a partire dagli zii che l’hanno presa in affidamento dopo la morte dei genitori. La ostacolano a tal punto da organizzare una cerimonia di fidanzamento a sua insaputa. Appena comprende l’inganno Caterina fugge via dalla tenda gridando: “Mio Dio, salvami da chi mi vorrebbe sua sposa, prendilo tu il candido giglio della mia verginità, è tuo e sarà per sempre”. Infatti, quella di consacrarsi a Dio è una novità del Cristianesimo, che per gli indiani è incomprensibile, come mostrano le persecuzioni che lei subisce.

In tutte queste persecuzioni, lei trova conforto nel frequentare la cappella del villaggio, eretta dai missionari gesuiti in onore di San Pietro. La cappella è il centro del villaggio, ma anche della vita di Caterina.

I padri gesuiti stavano alla larga dalla capanna dello zio di Caterina, conoscendone e sapendo pertanto che era inutile andarvi, fino ad un giorno del 1675 – ed è una svolta per lei – quando Padre Jacques de Lamberville avverte l’impulso di recarsi proprio dal nemico numero uno dei missionari. Senza sapere bene perché, segue questa ispirazione e, con sorpresa, trova quest’anima che ne approfitta anche per sfogarsi e confidare il suo desiderio del Battesimo. Padre Jacques non avrebbe mai immaginato che in casa di un uomo così ostile ci fosse un tale tesoro di santità. Caterina viene battezzata il 16 aprile 1676, il giorno di Pasqua. Naturalmente non vengono meno le persecuzioni, a riprova del fatto che, anche dopo la conversione, il maligno e i suoi seguaci terreni intensificano l’attacco.

Dovette fuggire dal villaggio per paura che la costringessero ad abiurare la propria fede preferendo interrompere il legame parentale che aveva con lo zio, pur di conservare la fede.

In questo senso lo Spirito Santo nel corso dei secoli ci insegna l’eroismo della santità, offrendo questo modello a noi cristiani del nostro tempo.

Giovane santa controcorrente

Caterina infatti va controcorrente, essendo la prima santa pellerossa a compiere scelte in precedenza giudicate inconcepibili per la sua cultura, facendo sì che il Vangelo potesse fecondare il suo popolo.

Questo primato fu ricordato anche da San Giovanni Paolo II in occasione della beatificazione:

“Fu un audace, insolito e profetico gesto: il 25 marzo del 1679, all’età di ventitré anni, con il consenso del suo direttore spirituale, Kateri pronunciò il voto di perpetua verginità; per quanto noi sappiamo fu la prima volta che questo avvenne tra gli indiani del Nord America.”

Da dove trasse forza questo incredibile esempio di santità giovanile? Lo rivela la frase che pronunciò poco prima di morire: “Gesù ti amo” (“Jesos Konoronkwa”). L’amore è la forza che ci fa superare le mille difficoltà!

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