L’Economia nella Chiesa è contro i Prinicipi Evangelici?

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Gli Euro della Città del Vaticano

Quante volte scorrendo pagine di giornali abbiamo letto articoli riguardanti l’Istituto per le Opere Religiose, scandali finanziari, sacerdoti che scappano con i soldi, diocesi ricchissime, ecc.? Non sarebbe meglio dare questi soldi a terzi invece di gestirli internamente evitando così di cadere in tentazione?

Ricordiamo bene la frase evangelica “Date a Cesare ciò che è di Cesare, e a Dio ciò che è di Dio”(Matteo 22, 21). In questo senso, Gesù ci vuole dire che gli strumenti materiali, come il denaro, se destinati al servizio e allo sviluppo della Chiesa Cattolica e della sua missione trascendente sono giusti. Vediamo perché.

L’uomo si muove sempre all’interno della storia così come lo fa la Chiesa Cattolica. Questo innato bisogno umano nella Chiesa dà luogo a una dimensione giuridica (c’è bisogno di regole perché non tutto è di tutti) e altresì di una dimensione economica (perché i beni di cui si dispone non mai sufficienti per tutti e quindi vanno distribuiti).

La Chiesa Cattolica è allo stesso tempo un’istituzione umana e divina, e proprio perché umana e quindi sociale il suo sviluppo dovrà appoggiarsi materialmente su una dimensione economica e giuridica. Questo “appoggiarsi” significa non porre la dimensione economica come fine specifico del suo essere ma come mezzo per “elevare gli uomini alla partecipazione della vita divina” (Concilio Vaticano II, Lumen Gentium, n. 2).

Detto in altre parole, non significa che la Chiesa debba per forza arricchirsi, bensì mantenere quei beni considerati utili a preservare la sua identità, facilitando in questo modo lo sviluppo della sua missione trascendente, lasciando da parte ciò che, pur essendo buono in se stesso, non contribuisce alla sua missione specifica (il famoso “ciò che è di Cesare”).

E anche per questo motivo che non troviamo alcun documento o riflessione fondamentali dove la Chiesa Cattolica si interroghi sulla propria struttura economica. Ma non è stato sempre così.

Già prima della caduta dell’Impero Romano d’Occidente nel 476, la Chiesa si trovò a vivere in una società priva di regole istituzionali, dove l’unica garanzia possibile era la propria forza. Di conseguenza, nel Medioevo la Chiesa era costretta ad agire come i nobili che si procuravano eserciti e terre per garantire la stabilità delle loro dinastie. Queste terre e questi eserciti di proprietà della Chiesa, garantirono ai Vescovi e ai Papi la libertà e l’autonomia necessarie per esercitare la loro missione trascendente.

La Chiesa potrà essere libera e autonomia qui sulla terra nella misura in cui riesca ad avere una propria stabilità economica, una stabilità che oggi però non è più legata alla terra e agli eserciti, ma alle risorse economiche e giuridiche necessarie alla sua missione.

Qualora queste risorse non dovessero essere più necessarie alla libertà e all’autonomia dell’istituzione, la Chiesa potrà farne a meno. Se invece per garantire la sua libertà e stabilità occorreranno beni maggiori, allora la Chiesa dovrà assicurarseli.

Insomma, la storia ci insegna che la dimensione materiale nella Chiesa trova il suo equilibrio fra la sua missione trascendente e la sua presenza pubblica, glii errori possono essere l’esagerato soprannaturalismo che nega ogni dimensione economica e un materialismo ateo che non ha altro senso che lo sviluppo economico nella Chiesa.

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