Perché Papa Francesco ha deciso di cambiare il Padre nostro

Daniel Ibáñez, EWTN

Pare ormai certo che da novembre, anche in Italia, il Padre nostro cambierà. Da “non indurci in tentazione” si passerà a “non abbandonarci alla tentazione”.

In linea di massima è necessario ogni tanto cambiare le traduzioni: sia della Scrittura che delle preghiere più tradizionali. Questo perché il passare del tempo crea sensibilità nuove che richiedono parole nuove. Non sarebbe per nulla strano, per esempio, che dopo questo cambiamento ne seguano altri. L’espressione per esempio “rimetti a noi i nostri debiti” ormai non è di semplice lettura per la gente qualsiasi.

Nei paesi di lingua spagnola – e tra i primi a cambiare ci fu proprio l’Argentina – hanno da tempo introdotto “rimetti a noi le nostre colpe”, dal significato senz’altro più semplice e lineare. Anche l’inizio dell’Ave Maria andrebbe cambiato: “ave”, oggi come oggi, indica soltanto un richiamo al saluto romano e invece il significato originario, quello del vangelo, è “rallegrati”: l’arcangelo san Gabriele, all’inizio dell’Annunciazione, invita Maria a rallegrarsi per quanto le sta per dire.

A fronte di queste ragioni che spingono al cambiamento, il motivo per cui la Chiesa va con i piedi di piombo nel rinnovare formule che da decenni passano di padre in figlio (o, più spesso, da nonno a nipote) è che il Padre nostro e l’Ave Maria sono per molti, quasi le uniche preghiere davvero conosciute a memoria e spesso ripetute. C’è da valutare quindi, di volta in volta, se conviene rischiare di “perdere” le preghiere di quelle persone che frequentano poco le chiese e che si troveranno senza “le loro preghiere” probabilmente non facendo lo sforzo di imparare le piccole nuove variazioni.

Papa Francesco però, come per molti altri aspetti della vita cristiana, spinge verso questi ragionevoli cambiamenti. Nel caso concreto del Padre nostro, come accennavo, gioca a suo favore l’esperienza positiva del passare da “perdona nuestras duedas” a “perdona nuestras ofensas“: appunto, ha molto più senso pregare Dio di perdonare le offese che noi uomini gli facciamo, piuttosto che chiedergli di rimettere dei “debiti” che non si sa bene come e quando si sono contratti con Lui. Bergoglio ha assistito all’effetto positivo del cambiamento introdotto gradualmente: prima nei paesi dell’america latina e poi estesi anche a tutti i paesi di lingua spagnola.

Perché per tanto tempo si è pensato che andasse bene “non indurci in tentazione”? Perché c’è un senso, ormai andato in disuso della parola tentazione, che non è strettamente e radicalmente negativo. Quando una mamma incoraggia il bambino a muovere i primi passi verso il papà spinge il figlio a mettersi alla prova, a rischiare, accettando il rischio che cada. In questo senso lo “mette in tentazione”: è quell’incoraggiare a vivere, a sperimentare, a rischiare con ottimismo, che ogni buon genitore auspica per la propria prole.

Nella Bibbia ci sono molte situazioni in cui Dio mette alla prova con l’intento di far crescere: basti pensare al sacrifico di Isacco quando Dio, dice la Bibbia, “mise alla prova Abramo” (Gn 22,1). L’obiettivo di Dio non è sperare che Abramo cada e pecchi ma insegnare all’uomo, cioè ad Abramo, a donarsi a Dio.

Tutto ciò, di per sé, è bello e positivo ma, purtroppo, nel parlare comune questo senso positivo della “tentazione” è ormai oscuro: prevale il demoniaco “tentare” con l’obiettivo di far cadere, di far morire, di causare danno a qualcuno che si odia. Per questa ragione, mantenere nella situazione attuale la traduzione “non c’indurre in tentazione” non darebbe all’uomo d’oggi una corretta immagine di Dio, perché confonderebbe Dio con il seduttore. Il demonio nel paradiso terrestre tentò Adamo ed Eva perché voleva indurre la sua caduta, voleva il male dell’uomo, desiderava far soccombere i nostri progenitori. E tutto ciò niente ha a che vedere con le intenzioni di Dio. Per questo ben venga il cambiamento.

Articolo di Don Mauro Leonardi, AGI. 

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