Dove si curano i preti pedofili?

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Dal 2000 ad oggi, circa 150 preti sono stati condannati per abusi su minori in Italia.

In Italia 24 centri ospitano i preti in attesa di giudizio

Come strumento per arginare gli abusi dei pedofili lo Stato italiano prevede sostanzialmente solo le misure detentive. Ma alcuni centri religiosi in Italia ospitano i preti accusati di pedofilia e in attesa di giudizio, e sperimentano con loro percorsi di psicoterapia con due obiettivi dichiarati: fare uscire il pedofilo dal suo dramma personale e per la società far sì che il reato non si reiteri in futuro.

Non esiste una lista ufficiale di questi centri: il più anziano è quello dei padri Venturini a Trento, ma ne esistono altri 24 sparsi per l’Italia, secondo Euronews, e qui vi entra il 99% di coloro che sono stati accusati di pedofilia.

Ma questi centri non si occupano soltanto di pedofilia, ma anche di problemi come il burnout, la crisi vocazionale o l’immaturità e i pazienti non sono solo sacerdoti, ma anche suore, religiose e religiosi, seminaristi e laici consacrati.

Come funziona la terapia?

Lo spiega Marco Ermes Luparia, 69 anni, diacono e psicoterapeuta, a Euronews dove descrive la sua équipe di 5 persone che da più di 20 anni accoglie e segue a Roma in un percorso di sostegno religiosi colpiti da vari problemi psicologici e comportamentali.

“Arrivano da noi sia in autonomia sia dopo un decreto del vescovo, se poi la legge fa il suo corso c’è la possibilità degli arresti domiciliari. Si inizia con un primo colloquio dove capisco quale psicoterapeuta tra noi sia più appropriato a seguire la terapia del nuovo ospite: da lì parte un percorso che non si sa quando finisce. La nostra è una terapia a tutti gli effetti, che dura anni e non certo dieci mesi” spiega Luparia.

“Partiamo da cosa ha spinto la persona ad agire in quel modo. Cerchiamo di riavvolgere il nastro di una vita per individuare il punto da cui si origina lo sviluppo psicosessuale dell’adulto. L’unico modo per affrontarlo è un intervento a cuore aperto” continua il diacono. “Puntiamo con la collaborazione dei vescovi a offrire ai pazienti un contenuto spirituale e una vita, fondamentale dirlo, riservata, di preghiera e comunità. Come per l’alcolismo, parliamo di un disturbo che ha bisogno di un monitoraggio costante” chiarisce lo psicoterapeuta.

Se il sacerdote finisce in cella la terapia finisce

Quando il prete viene condannato e condotto in carcere, la terapia si inceppa. “In prigione non possiamo entrare” spiega Don Luparia. Ad oggi né lo Stato italiano né la Chiesa prevedono una prassi ufficiale per controllare e offrire un percorso psicologico a chi esce dal carcere dopo avere scontato una pena per abusi sessuali sui bambini. Certo le eccezioni virtuose non mancano, ma il problema è sempre uno: la mancanza di fondi.

Dopo il carcere, i preti diventano senzatetto

“Nella maggior parte dei casi questi preti dopo il carcere diventano senzatetto – spiega Luparia ad Euronews – noi anche dopo cerchiamo di portare avanti la terapia. Certo deve volerlo il prete, e deve essere aiutato dal vescovo. C’è un numero consistente di sacerdoti che hanno fatto terapia con noi e che ora non sono più preti: per loro sogniamo un convento per permettergli di vivere una vita dignitosa e che sarebbe un valore aggiunto per tutta la società; non parleremmo più infatti di possibili schegge impazzite. Vale per i terroristi, vale per gli assassini la possibilità di vivere una vita dignitosa, perché non dovrebbe valere anche per i preti pedofili?” chiede Luparia.

Negli ultimi anni i casi di abusi sessuali da parte di preti sono stati raccontati soprattutto dalla voce delle vittime che hanno avuto la forza di denunciare. Nel dicembre scorso Papa Francesco ha tolto il segreto pontificio sui documenti processuali relativi ai casi di abuso conservati negli archivi dei dicasteri vaticani, per cercare di accelerare il processo di risanamento della Chiesa, accusata spesso di non affrontare il problema.

Nel settembre del 2009 l’arcivescovo Silvano Tomasi, allora osservatore permanente della Santa Sede all’Onu di Ginevra, dichiarò al Consiglio dei Diritti Umani che, stando alle ricerche interne, il clero cattolico era responsabile di abusi sessuali su minori in una percentuale che andava dall’1,5% al 5%.

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